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Non sono valide le dimissioni o i licenziamenti verbali.

Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

Capita, che in periodo di prova, il lavoratore non si trovi nel nuovo posto di lavoro.
Cosa deve fare per dare le dimissioni?
Deve scrivere una lettera all’azienda dove esprime le sue volontà di non voler proseguire, il rapporto di lavoro.
Questa operazione però comporta la possibilità, che lo stesso perda il diritto alla “NASPI”
Mentre nel caso contrario, se fosse il datore di lavoro a volere l’interruzione del rapporto di lavoro,lo stesso deve comunicare entro 5 giorni dalla fine del rapporto all’INPS il suo stato lavorativo.
Pena la perdita della Naspi.
Non sono così valide le dimissioni verbali, o l’interruzione verbale del rapporto di lavoro da parte dell’azienda.

Prova scritta per le dimissioni
Ricordiamo a tutti gli utenti, che la prova o l’onere della prova, è in capo all’azienda, sono così escluse le responsabilità del lavoratore, che si può benissimo rifare all’ordine della giurisprudenza del lavoro,difendendosi, nelle sedi opportune e rifacendosi così alla Corte di cassazione che, con sentenza n. 16269 del 31 luglio scorso,la stessa giurisprudenza si espressa così: Se il lavoratore ha dimostrato la sua estromissione dal posto di lavoro è onere del datore di lavoro fornire la prova che il recesso è intervenuto a seguito di dimissioni, con la precisazione che, stante l’interesse primario del lavoratore alla conservazione del posto di lavoro, l’indagine sulla sussistenza delle dimissioni del lavoratore deve essere rigorosa.

Non basta.. che il datore di lavoro ritenga sufficiente la dichiarazione verbale del dipendente in prova, seppur supportata da elementi presuntivi, che il rapporto di lavoro si è interrotto per effetto di dimissioni del lavoratore, in quanto sul datore di lavoro ricade l’onere della prova, da fornire attraverso elementi rigorosi e concordanti, che il dipendente abbia manifestato in modo univoco e incondizionato la volontà di interrompere il rapporto di lavoro.

Tutti gli accertamenti sulla veridicità delle dimissioni come causa di interruzione del vincolo contrattuale, è riportato, nella sentenza della Corte, deve essere svolta con carattere di particolare rigore, in quanto sono in discussione interessi giuridici primari, tra cui quello del lavoratore alla conservazione del posto di lavoro, che ricevono l’ordinamento dalla tutela rafforzata ed impongono, quindi, un compiuto accertamento sulla effettiva ricorrenza della volontà del dipendente di porre fine al rapporto.

come ben si evidenzia nella nell’ordinamento, la Cassazione ha affermato che, stante la mancata prova delle dimissioni del lavoratore, l’interruzione del rapporto di lavoro fra operaio e azienda, era da ascrivere al datore di lavoro e da ricondurre, poiché mancava un atto scritto, nello schema del licenziamento orale.

La vicenda esaminata dai giudici di legittimità era relativa alla impugnazione del licenziamento svolta da un lavoratore di un’impresa petrolifera, la quale resisteva nel giudizio affermando che l’interruzione del rapporto era da ricondurre alle dimissioni precedentemente rassegnate dal lavoratore. Sia in primo grado, sia in appello, rilevato che mancava un idoneo documento scritto di dimissioni e che neppure per altra via si poteva evincere la chiara volontà del lavoratore di interrompere unilateralmente il rapporto, la risoluzione del vincolo contrattuale veniva rapportata ad un licenziamento orale, con condanna dell’impresa alla ricostituzione del rapporto di lavoro e al versamento delle retribuzioni intermedie maturate dal dipendente in applicazione dell’ordinario regime risarcitorio da inadempimento.

La Cassazione conferma la decisione resa sul punto dalla Corte d’appello e precisa che il recesso datoriale, mancando di un chiaro minimum dichiarativo, è per ciò stesso tamquam non esset e risulta, dunque, inidoneo a determinare la risoluzione del rapporto lavorativo a prescindere dal regime di tutela (reale o obbligatoria) che assiste il contratto di lavoro. Ripercorrendo l’insegnamento espresso in precedenti pronunce, la Corte osserva che, in tali ipotesi, il rapporto si considera mai interrotto, con obbligo per l’impresa di ricostituire il vincolo contrattuale e di versare al lavoratore le retribuzioni non percepite nel periodo intermedio tra il licenziamento (orale) e la effettiva riammissione in servizio.

si ritiene quindi inefficacia il licenziamento orale improcedibile, ad avviso della Cassazione, dalla natura stessa del recesso, trovando applicazione, in base alla normativa vigente ratione temporis, l’ordinario regime risarcitorio che impone di versare al dipendente estromesso, trattandosi di un rapporto di lavoro in atto, le retribuzioni non percepite a causa dell’inadempimento del datore di lavoro e senza che, con riferimento alle conseguenze risarcitorie, possa trovare applicazione la disciplina di cui articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Possiamo quindi concludere, dicendo soltanto che a seguito della  riforma Legge 92/2012 (riforma Fornero) anche il recesso da parte del datore di lavoro privo di forma scritta rientra e dato nei tempi e le modalità presenti nella riforma, rientrano oggi nella disciplina di cui all’articolo 18, che al comma 1 (dove vi sono indicati i licenziamenti radicalmente nulli, tra cui quelli discriminatori) questa prassi rientra nella procedura di tutela piena e il licenziamento verrà dichiarato inefficace perché intimato oralmente, a questi si aggiunga , l’illegittimità della dichiarazione al centro per l’impiego da parte del datore di lavoro, le dimissioni del dipendente, senza che lo stesso ne fosse a conoscenza.
per tutto il resto, rivolgetevi ai nostri uffici, chiedendo un incontro con uno dei funzionari sindacali, che saranno lieti di darvi tutte le informazioni utili.
     

                Manno Marcello Segretario Generale

telefono 0331/568826 cell 3922727616

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